martedì 20 novembre 2018

Recensione: Vox

Buongiorno carissimi lettori ^^ Oggi vi lasciamo la recensione di un libro che non vedevo l'ora di leggere ma ahimè non ne sono rimasto particolarmente entusiasta >.< le premesse c'erano tutte ma non sono state ben sfruttate!


VOX
Nord | 416 pp. | €19,00

Jean McClellan è diventata una donna di poche parole. Ma non per sua scelta. Può pronunciarne solo cento al giorno, non una di più. Anche sua figlia di sei anni porta il braccialetto conta parole, e le è proibito imparare a leggere e a scrivere. Perché, con il nuovo governo al potere, in America è cambiato tutto. Jean è solo una dei milioni di donne che, oltre alla voce, hanno dovuto rinunciare al passaporto, al conto in banca, al lavoro. Ma è l'unica che ora ha la possibilità di ribellarsi. Per se stessa, per sua figlia, per tutte le donne. Limite di 100 parole raggiunto.



"Stasera, a cena, prima che pronunci le ultime sillabe della giornata, mio marito dà un colpetto al dispositivo argentato attorno al mio polso sinistro. Un tocco leggero, come per condividere il mio dolore, o forse per ricordarmi di rimanere in silenzio fino a mezzanotte, quando il contatore si resetterà."

Provate per un attimo a immaginare di non poter parlare più. Provate a chiudere le vostre labbra, a tenerle ferme, neanche un sospiro. Provate a immaginare cosa possa significare non esprimere i propri pensieri, le proprie emozioni, i propri ideali e le proprie posizioni, se non con lo sguardo e i lineamenti della vostra pelle. Immaginate il silenzio che improvvisamente si fa assordante, una lama, un dolore che vi trafigge. Da uomini a bestie, oggetti, soprammobili impolverati. Senza nessuna speranza, nessun desiderio, nessuna possibilità. Siamo abituati a parlare, non ce ne rendiamo nemmeno conto di quanto sia uno strumento fondamentale e contemporaneamente unico, di quanto potremmo perdere senza questo strumento di comunicazione, di identità, di libertà. Come gli individui affetti da mutismo, come i pazienti neurologici affetti da afasia. Una malattia. Non delle cellule nervose, non dello sviluppo linguistico, non della motilità delle corde vocali. Una malattia dell'uomo, dall'uomo, per l'uomo. Questo è il fulcro del romanzo distopico di Christina Dalcher. Proprio l'uomo, nell'universo di Vox, ha creato questa condizione, questa trappola misogina e deleteria, questa gabbia che impedisce a tutte le donne di pronunciare più di 100 parole al giorno (potrebbero oltrepassare questo limite ma a costo di cosa? scariche elettriche nel proprio corpo). Ci ritroviamo di fronte ad una realtà attuale (libertà di stampa, di espressione, disuguaglianze, sottomissione) ma, per fortuna, estremizzata. L'obiettivo è quello di "riporre le donne al proprio posto", renderle di nuovo emblema del focolare, della famiglia, delle faccende domestiche. 

"Come donne, siamo chiamate al silenzio e all’obbedienza. Se dobbiamo imparare, chiediamo ai nostri mariti nell’intimità di casa, poiché è peccato che una donna metta in discussione l’autorità maschile voluta da Dio."

Un ritorno alla purezza del passato, al simbolo della famiglia tradizionale, l'annientamento di tutti gli "errori della modernità": non c'è spazio per le donne in carriera, per l'amore verso lo stesso sesso, per la verità, per le parole. Bisogna sottomettersi. L'alternativa sono i nuovi "campi di concentramento" (mi piace definirli tali) sperduti nel mondo, ricolmi soltanto di lavori forzati e sofferenza, insieme alla perdita della dignità, alla vergogna e alle esecuzioni pubbliche. Il libro è quasi un avvertimento ( e in fondo tutti i libri distopici lo sono): attenti al futuro, attenti alle idee perverse, attenti al mostro dentro ognuno di noi.

Il libro ha tutte le caratteristiche tipiche di un romanzo distopico. La voce narrante è quella della Dottoressa Jean McClellan che ci descrive e racconta tutti i cambiamenti avvenuti nella società pur rimanendo però sul vago. Anche lei è costretta a non pronunciare più di 100 parole fin quando un giorno i massimi esponenti del nuovo governo la contattano per trovare una cura (i cui studi erano già in corso anni prima nei suoi stessi laboratori) per l'afasia di Wernicke in seguito ad un incidente del fratello del presidente. Ma cosa si nasconde dietro questa richiesta? Le buone intenzioni nasconderanno una verità ancora più marcia. Perchè esistono più laboratori? Cosa si nasconde dietro le porte sigillate? Esiste davvero una resistenza? Così Jean si ritroverà ad essere infine un'eroina in un mondo che va a pezzi. 

L'idea è veramente originale. L'ho trovata intrigante e un vero e proprio asso nella manica. Tuttavia mi è sembrata uno spreco. Il nuovo assetto della società viene poco spiegato: ci sono accenni qua e là di cambiamenti, di nuove regole, dei campi di lavoro, della nuova educazione scolastica, dei nuovi divieti, delle trasmissioni televisive. Ma rimane tutto poco approfondito come se non ci fosse interesse a sviluppare per bene questo mondo. Come se fosse stata costruita l'impalcatura e i pilastri di un intero edificio senza tuttavia completare l'opera. Altro aspetto negativo è tutta la seconda parte del romanzo. Succede tutto in maniera troppo frettolosa, caotica e confusionaria. Ho dovuto a volte rileggere e tornare qualche pagina indietro per capire se mi ero perso o meno qualcosa, se avessi saltato qualche paragrafo. Uno sviluppo che forse voleva portare ad un climax ascendente di tensione, ma che invece mi è parso una corsa insensata verso un muro. Un'occasione sprecata nonostante l'idea sia molto originale e ricca di spunti di riflessione. 

Lo consiglio tuttavia a tutti coloro che vogliano ricordarsi di quanto sia importante la libertà di espressione, il nostro diritto di parola. A tutti gli uomini affinché salvaguardino e custodiscano le parole. A tutte le donne che combattono ogni giorno per pronunciarle. 






Lo avete letto?
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