mercoledì 1 ottobre 2014

Narrami O Musa: vincitore quarta sessione!

Buongiorno carissimi lettori! L'università è ricominciata a pieno ritmo ma, essendo i corsi all'inizio, abbiamo ancora tanto tempo da dedicare ai libri e al blog! Oggi siamo lieti di annunciare il vincitore della quarta sessione del nostro laboratorio di scrittura "Narrami O Musa" per il quale questa volta avevamo proposto il tema della GUERRA! Ecco a voi un piccolo estratto del brano che si è aggiudicato il primo posto :P

ALBA



La scossa che seguì le gettò addosso uno dei cartoni. Vecchie foto, libri e altre cianfrusaglie la ricoprirono completamente dalla testa ai piedi. Alba trattenne a stento un grido. Agitò le braccia e si liberò degli oggetti come se il loro solo contatto gli provocasse dolore. Il suo respiro diventò sempre più pesante, aveva bisogno di aria pulita, di fuggire via dalla presenza del ragno. Alzò lo sguardo; dov'era? Si guardò intorno con ansia, schiacciandosi il pugno contro le labbra. Il capitano della nave giaceva poco distante, tramortito prima dalla caduta e infine schiacciato da un anonimo album di foto. Aveva 
le zampe raggomitolate sul busto e adesso che aveva smesso di muoversi, di incutere timore, quella piccola e indifesa creatura smosse qualcosa nel suo cuore. Improvvisamente si ritrovò a provare per lui della pena. Indossava un bianco tutù poiché, prima dell'arrivo della tempesta, Alba si stava preparando al saggio di danza classica. Un rumore di spari la riportò alla realtà. Era lei adesso il capitano della nave. "Barra a tribordo" sussurrò. Non sapeva cosa significasse quel comando, l'aveva solo sentito dire in uno di quei film che guardava sempre suo padre. Qualcun altro come lei urlò un comando in una lingua straniera ma era lontano, in strada. Sembrava molto arrabbiato. Alba scostò le cianfrusaglie e poggiò la schiena contro il muro, abbracciandosi le gambe e infilando la testa fra esse. Strinse forte sulle orecchie e i suoni esterni diventarono più cupi e distanti. Forse se riusciva a non sentirli più poteva cambiare le cose. "Sono più forti di noi" ricordò. Era stato suo fratello maggiore a dirlo. "Vinceranno loro" quindi era quello il prezzo della sconfitta? Una buia e polverosa cantina? Allora non biasimava per niente i vincitori. Una volta le era capitato di vincere un premio al campo estivo. Lei lo aveva condiviso con tutti gli altri. Non le era piaciuto lo sguardo di chi stava sotto il podio, tutto pieno zeppo d'invidia e odio. Concluse quindi che nemmeno vincere le piaceva. Dunque cosa bisognava fare? Forse semplicemente condividere sia la cantina buia che il podio con tutti. Provò a dormire ma ogni volta che socchiudeva le palpebre, un'esplosione lontana la faceva sobbalzare. Aveva paura, aveva tantissima paura. Allora cominciò a piangere ma in silenzio, come le aveva ordinato suo padre. Si sentiva debole, incapace di dominare i propri sentimenti. Piangeva anche per quel ragno, forse perfino i suoi genitori gli avevano detto di non uscire da lì e di attendere la fine delle scosse. [...] "Non uscire senza di noi" erano state le ultime raccomandazioni di suo padre. Eppure Alba non riusciva più a resistere. Afferrò la foto ingiallita di sua madre e si avvicinò alla porta. Ne lambì la maniglia di ferro con delicatezza, sollevandosi sulle punte, e tirò verso il basso. Il legno scricchiolò in modo sinistro, una fioca luce offuscata dalla polvere s'introdusse di traverso nello scantinato. Un fuoco bruciava poco più avanti tra le pareti distrutte e il mobilio irriconoscibile, alimentato dai dipinti del suo zio preferito. Restò a osservarlo per un attimo, la mano ancora serrata sulla maniglia. La sua casa era ormai solo un ricordo e l'unica parte ancora salva era la sua nave. Tutt'intorno regnava la desolazione, la distruzione. Alba calò l'ancora e decise di avanzare nonostante il cuore le battesse a mille. Avanzò tra vetri rotti, mattoni distrutti, fogli di carta che si libravano nell'aria, caricatori vuoti e travi spezzate. Quello dove si trovava ora doveva essere il giardino. Le piante che sua madre adorava erano diventate nere come il carbone. Un pezzo di altalena era finito sull'asfalto e giaceva a pochi metri dal corpo di un uomo. La ragazzina si avvicinò a esso e lo guardò con un misto di confusa paura e insana quiete. Non respirava né si muoveva. Allora sollevò la foto di sua madre e coprì alla vista il volto distorto del cadavere, sostituendolo con quello sorridente di lei. Camminò ancora. Ogni volta che incontrava una persona morta, copriva il suo volto con l'immagine della madre. La tempesta era stata davvero forte, pensò. Tutti quei marinai annegati, tutte quelle navi distrutte. Dei corvi gracchiarono lontano, delle pareti pericolanti crollarono sollevando nubi di polvere. Alba spostava la foto di sua madre sul volto di ognuno e lo fece per un tempo indefinito, quasi come si trattasse di un gioco. Raggiunse persino il centro della città e fu in quel luogo che la fantasia non riuscì più a oscurare la cruda realtà. Accadde che quando spostò la foto dal volto di un corpo, questo non cambiò. Era identico a quello di sua madre, aveva persino lo stesso colore dei capelli e lo stesso sorriso. "Sono più forti di noi, vinceranno loro" Alba sollevò più e più volte la foto nella speranza di vedere quel volto mutare in un'altra persona. Ricordò della guerra, ricordò quello che le persone più forti di lei le facevano a scuola. Ricordò il colore del sangue, il tocco della disperazione. Allora capì. Non la ragione della guerra, quella non importava. Capì che le persone dovevano essere deboli come lei, indifese, prive del desiderio della vittoria. Dovevano avere paura, abbandonare il coraggio, essere dei bambini. Nessun debole vuole prevalere, nessun debole desidera vincere. Il fine non giustifica un bel niente, decise Alba, perché il risultato cambia in base al mezzo che si usa per raggiungerlo. Alba si voltò dal lato opposto e camminò a ritroso, operando nel medesimo modo. Questa volta però ogni faccia, contagiata forse dalla foto, le sorrideva. Sollevava la foto su di essa e quando la riabbassava, da disperato il loro volto s'increspava in un confortante sorriso. Raggiunto il ripostiglio, la bambina si chiuse la porta di legno dietro le spalle e riordinò il cartone caduto. Una volta completato il lavoro, lo ripose sugli altri e tirò un sospiro di sollievo. Si riaccomodò con le spalle sul muro, carezzò l'immagine di sua madre e tirò l'ancora. Adesso che la tempesta era passata poteva riprendere il suo lungo viaggio. Infine si addormentò. Probabilmente per sempre.


Antonio Polosa

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