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venerdì 15 luglio 2016

Nuove uscite DeAgostini: Torna da me e Come lui nessuno mai + DeA classici

Buongiorno carissimi lettori ^^ vi ho preparato per i prossimi giorni alcuni post con delle segnalazioni di varie CE.
Oggi vi parlo in particolar modo delle due recenti uscite per DeAgostini. I primi fanno parte del marchio BOOKME, invece alla fine trovate i nuovi libri della nuova collana DeA classici.

TORNA DA ME
BOOKME | 320 pp. | €12,90
Un’auto militare ferma sotto casa alle sette del mattino. Non può significare nulla di buono, soprattutto se sia tuo fratello che l’amore della tua vita sono soldati impegnati in una rischiosa missione in Afghanistan. Quando Jenna Kingsley, diciott’anni appena compiuti, occhi verdissimi e un viso tutto lentiggini, apre la porta al cappellano dei Marine in alta uniforme, il mondo le crolla addosso in un istante. Mentre il cuore batte a mille, il suo pensiero vola all’estate appena trascorsa. Quella in cui lei e Kit, migliore amico di suo fratello Ridley, sono caduti l’una nelle braccia dell’altro. Sono anni che Jenna stravede segretamente per Kit, bello e sexy da togliere il fiato, e proprio adesso che lui ha scoperto di ricambiarla, l’idea di perderlo è insopportabile. E pazienza se il padre, l’inflessibile Colonnello Kingsley, non fa mistero dell’odio che, per motivi mai davvero chiariti, nutre per il ragazzo. Mentre Jenna si prepara a ricevere la tragica notizia dalle labbra del cappellano, un’unica, atroce domanda le martella in testa: chi dei due è morto? Suo fratello Ridley oppure Kit?


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COME LUI NESSUNO MAI
BOOKME | 352 pp. | €12,90
Tutte noi ne abbiamo uno. È il Grande Se della nostra vita: l’amore che avrebbe potuto essere e non è stato. Per Sarina Mahler – architetto trentenne di Austin, Texas – si chiama Eamon Roy, occhi penetranti e fisico da urlo scolpito da anni di allenamenti come nuotatore olimpionico. Praticamente perfetto. E imperdonabile, per il modo in cui la lasciò senza preavviso né spiegazioni. Adesso, dopo anni di assenza, Eamon è tornato in città, e pretende che sia proprio Sarina a seguire la ristrutturazione della sua nuova casa. L’occasione professionale è troppo ghiotta perché lei possa permettersi di rinunciare. Tanto più che, fidanzata con l’impeccabile Noah, non ha nulla da temere da Eamon, dal suo famigerato sorriso e dai suoi modi premurosi e attenti, così lontani dal ragazzo brusco e taciturno che ricordava. E allora come spiegare il brivido di pura emozione che le percorre la schiena ogni volta che i loro sguardi si incrociano?


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Sono usciti il 5 Luglio i primi quattro titoli classici con il marchio DeA Classici, la nuova collana De Agostini Libri che propone le grandi storie d’amore della letteratura classica agli adolescenti.


Il progetto è pensato per raccontare le più belle storie romantiche di tutti i tempi ai teenager e avvicinare così i giovani lettori ai capolavori immortali della letteratura. Questa è la linea guida che ha orientato la scelta dei titoli: Romeo e Giulietta di William Shakespeare, Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen, La signora delle camelie di Alexandre Dumas e Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald.

«Abbiamo puntato sia sul testo, traduzione integrale e con un linguaggio moderno, che sulla confezione, scegliendo una veste grafica accattivante, preziosa, che dialoghi direttamente con il target di riferimento» spiega Annachiara Tassan, direttore editoriale De Agostini Libri.

Per conferire ulteriore autorevolezza ai titoli sono stati scelti quattro grandi autori contemporanei in qualità di prefatori dei romanzi sopracitati: Romeo e Giulietta ha la firma di Emanuele Trevi, Orgoglio e pregiudizio quella di Paola Zannoner, La signora delle camelie e Il grande Gatsby sono contrassegnati rispettivamente dalla penna di Simona Sparaco e Pierdomenico Baccalario, il quale ha curato anche la traduzione del romanzo.

La collana si arricchirà di nuove uscite nel 2017.

CHE CLASSICO SEI?
Venite a scoprirlo con questo fantastico test: http://checlassicosei.it/



Che ne pensate di questi libri?

martedì 10 marzo 2015

Recensione: Il visconte dimezzato di Italo Calvino

Buon pomeriggio ragazzi! Questo mese è iniziato pieno di letture e spero di poter leggere almeno un altro po' prima di immergermi nuovamente nello studio! Oggi vi presento la recensione di un libro che dovete assolutamente leggere  *_*

IL VISCONTE DIMEZZATO

Mondadori | 100 pp. | €9,50

Il narratore rievoca la storia dello zio, Medardo di Terralba, che, combattendo in Boemia contro i Turchi, è tagliato a metà da un colpo di cannone. Le due parti del corpo, perfettamente conservate, mostrano diversi caratteri: la prima metà mostra un'indole crudele, infierisce sui sudditi e insidia la bella Pamela, mentre l'altra metà, quella buona, si prodiga per riparare ai misfatti dell'altra e chiede in sposa Pamela. I due visconti dimezzati si sfidano a duello e nello scontro cominciano a sanguinare nelle rispettive parti monche. Un medico ne approfitta per riunire le due metà del corpo e restituire alla vita un visconte intero, in cui si mescolano male e bene.



"Avevo questa immagine di un uomo tagliato in due ed ho pensato che questo tema dell'uomo tagliato in due, dell'uomo dimezzato, fosse un tema significativo, avesse un significato contemporaneo: tutti ci sentiamo in qualche modo incompleti, tutti realizziamo una parte di noi stessi e non l'altra. "

Calvino è uno dei miei autori preferiti e, forse, aveva ragione la mia professoressa nel sostenere fermamente che dopo di lui la letteratura italiana ha avuto una battuta d'arresto. Uno stile impeccabile, un intreccio fluido che scorre senza incontrare resistenze, un piacere per la mente e un nutrimento per lo spirito grazie a una storia che, come afferma lo stesso in una prefazione, nasce prima di tutto con lo scopo di divertire e allietare il lettore: "Io credo che il divertire sia una funzione sociale, corrisponde alla mia morale: penso sempre al lettore che si deve sorbire tutte queste pagine, bisogna che si diverta, bisogna che abbia anche una gratificazione."
Calvino all'interno di questo racconto fiabesco-allegorico, pubblicato nel 1952 e inserito all'interno della trilogia "I nostri antenati", con una prosa e un tono che ricordano quasi i grandi poemi cavallereschi, racconta la storia del visconte di Terralba, Medardo, che entrato a far parte dell'esercito cristiano parte per la Boemia col fedele scudiero Curzio per combattere i Turchi: proprio qui il giovane combattente viene colpito da una palla di cannone e diviso in due metà, una destra e una sinistra, simmetricamente opposte, intensamente contrarie. Questo è l'espediente narrativo utilizzato da Calvino per ripercorrere il già battuto tema del "doppio" e riesce a farlo con una innovazione e creatività sorprendenti pur essendo infatti uno dei prototipi letterari più conosciuti e utilizzati da diversi autori precedenti come Stevenson ne "Lo strano caso di Dottor Jekyll e Mr. Hyde" e Oscar Wilde ne "Il ritratto di Dorian Gray". 
La vicenda infatti si snoda mettendo in risalto, e in contrapposizione, le azioni e gli eventi che riguardano rispettivamente la parte cattiva e la parte buona del visconte: se la prima si presenta tirannica e crudele trovando quasi godimento nella morte altrui, la seconda appare bonaria e a tratti ingenua; se la prima provoca addirittura la morte dello stesso padre e l'esilio della balia Sebastiana presso Pratofungo, la seconda cerca di rimediare a qualsiasi tipo di ingiustizia e sopruso.

"Così passavano i nostri giorni a Terralba, e i nostri sentimenti si facevano incolori e ottusi,  poiché ci sentivamo come perduti tra malvagità e virtù ugualmente disumane". 

Tuttavia nessuna delle due facce della stessa medaglia appaiono realmente umane (come si evince dalle parole del narratore, il nipote del visconte). Al deficit fisico si accompagna un carattere psicologico alterato, l' assenza degli arti viene accompagnata da quella spirituale, si creano quasi, pur se per motivi opposti, due mostri, due alterazioni dell'individuo umano sospinto verso gli estremi e lontano dall'equilibrio che soltanto nell'interezza può essere ritrovato: nell'esasperazione anatomica e psicologica si intravede l'uomo moderno, schiavo della sua illusione di completezza. 
Calvino non presenta una semplicistica scissione tra bene e male ma descrive le contrastanti personalità che abitano l'uomo, le sue continue indecisioni della vita quotidiana dovute alle diverse spinte emotive e razionali, le diverse voci che, confuse, si mescolano dentro di noi permettendo soltanto a una di uscire dalle nostre labbra, i diversi stati d'animo che combattono tra di loro, tutto in quell'eterno conflitto tra bene e male che combattiamo inconsapevolmente ogni giorno. Soltanto accettando se stessi in tutte le proprie parti, attraverso una visione globale e non riduzionistica, soltanto avendo il coraggio di osare e andare oltre le cose, possiamo abbracciare tutti i frammenti del nostro essere e unirli piuttosto che lasciarli dispersi per le vie della nostra vita, allontanandoci così dall'ignoranza e dalla incoscienza e giungendo finalmente alla piena conoscenza di se stessi. 

"Ero intero e tutte le cose erano per me naturali e confuse, stupide come l'aria; credevo di veder tutto e non era che la scorza. Se mai tu diventerai metà di te stesso, e te lo auguro ragazzo, capirai cose al di là della comune intelligenza dei cervelli interi. Avrai perso metà di te e del mondo ma la metà rimasta sarà mille volte più profonda e preziosa."

Cosa succederebbe se decidessimo invece di andare dall'altra parte accettando soltanto ciò che siamo disposti a conoscere tralasciando nascosta buona parte di noi stessi? Sarebbe quasi un rivolgersi contro la natura, contro l'uomo, contro se stessi, in una lotta dalla quale possiamo solamente uscire, se non sconfitti, mancanti e instabili.

"Era il segnale; il cielo vibrò come una membrana tesa, i ghiri nelle tane affondarono le unghie nel terriccio, le gazze senza togliere il capo da sotto l'ala si strapparono una penna dall'ascella facendosi dolore, e la bocca del lombrico mangiò la propria coda, e la vipera si punse coi suoi denti, e la vespa si ruppe l'aculeo sulla pietra, e ogni cosa si voltava contro se stessa." 


VOTO:


Lo avete letto? che ne pensate?






mercoledì 8 ottobre 2014

Recensione: Frankenstein di Mary Shelley

Buon pomeriggio carissimi lettori! Finalmente ho letto uno dei romanzi più famosi della letteratura.. e terminata la lettura, oltre alle varie sensazioni e a i pensieri che aleggiavano in mente, mi sono chiesto "è finita ormai da tempo la vera letteratura?".


FRANKENSTEIN


Victor Frankenstein è un uomo di scienza, vero appassionato di tutto quanto riguardi le origini della vita e il mistero dell'esistenza: i suoi studi infatti lo assorbono a tal punto da isolarlo da tutto e da tutti finchè un giorno la sua tenacia viene ricompensata... egli infatti giunge finalmente alla scoperta della "causa" che genera la vita. Tutto è pronto, a questo punto, per il passo successivo: davanti a lui, steso supino su un lettino, si trova la Creatura, un macabro assemblaggio di pezzi umani creato a propria immagine e somiglianza, creatura cui il dottor Frankenstein decide di instillare l'essenza della vita appena scoperta.


Avrei voluto vivere in quel periodo, avrei voluto acquistare una delle prime copie del romanzo di Mary Shelley, avrei voluto poter comparare le sensazioni scaturite nei lettori di quel tempo e in quelli di oggi. . . in entrambi i casi probabilmente sarei stato sorpreso dalla mia naturale e spontanea esaltazione dovuta a genialità e creatività sorprendente. Chissà se Mary Shelley avrebbe mai pensato che "una storia nata quasi per gioco" avesse avuto tale fortuna imponendosi nel panorama letterario e cinematografico, affondando le proprie radici nell'immaginario collettivo. Come afferma infatti l'autrice all'interno della prefazione al romanzo l'idea di Frankenstein inizia a prendere corpo nell'estate del 1816, in Svizzera, a casa dell'amico Byron il quale, dopo la lettura collettiva di diverse storie di fantasmi, aveva proposto alla giovane donna e al marito Percy, nonché all'additato amante Polidori, che ognuno scrivesse una storia di tal genere.. 

"Io mi dedicai a pensare a una storia, una storia in grado di rivaleggiare con quelle che ci avevano spinti a questa impresa. Una storia che parlasse alle misteriose paure del nostro animo e che risvegliasse brividi di orrore, che rendesse il lettore timoroso di guardare dietro di sé, che gelasse il sangue e accelerasse i battiti del cuore"

Alternando la forma epistolare e memoriale, le vicende vengono principalmente narrate da Walton, giovane marinaio in avanscoperta che, durante il proprio viaggio ai limiti del possibile e delle terre fino ad allora conosciute, incontra l'ormai decaduto e consunto dottor Victor Frankenstein prossimo alla morte ma con "un'espressione feroce, quasi folle", ancora pieno di odio e rancore verso il frutto della sua scienza, delle sue ricerche, delle sue notti insonni, ma schiacciato dal peso di un dolore senza uguali. Victor sin da giovane si è dedicato assiduamente allo studio e alla ricerca, non riusciva a saziare la sua sete di conoscenza, sete dapprima colmata da teorie e dottrine millenarie ma rigettate dai contemporanei (come l'alchimia dei ricercatori della pietra filosofale) e successivamente da materie mediche e scientifiche.

Ma sarebbe bastato soltanto questo per una vita appagante e tranquilla? No. Victor vuole essere grande, troppo grande, aspira a oltrepassare i limiti della conoscenza umana, vuole dominare i fenomeni che regolano la vita e la morte, gioca a fare Dio, anzi lo sfida apertamente, come un Prometeo moderno, agendo sul corso naturale delle cose e plasmandole a proprio piacimento, conducendo degli esperimenti per donare agli uomini la possibilità di annullare la morte , di essere capaci di creare dal nulla,  con l'aiuto della scienza, un nuovo essere umano. Cieco alla ragione non percepisce la potenza della creatura da lui generata e le possibili conseguenze, sembra ignaro della sua arroganza e della sua ossessiva continua attività in laboratorio, isolato in ambienti tetri e malsani dal resto del mondo, lontano dagli affetti più cari, dal calore di tiepidi raggi solari, emaciato dal tempo e dalla mancanza di cure verso se stesso, preoccupato solo di avere tutti i materiali necessari per la realizzazione del progetto. Un nuovo Mister Hyde in cui affiorano sentimenti contrastanti, in cui la follia di oltrepassare i limiti ha offuscato tutto il resto, un uomo che appare immorale discostandosi dalle linee guida dell'etica e delle visioni del periodo.

"La vita e la morte mi sembravano limiti ideali che io per primo avrei oltrepassato, per riversare un torrente di luce nel nostro oscuro mondo. Una nuova specie mi avrebbe benedetto come il suo creatore e la sua sorgente: molti esseri felici ed eccellenti avrebbero dovuto a me la loro vita."

Soltanto nel momento in cui la creatura emette il primo flebile respiro, Victor scappa di fronte all'aspetto terrificante e brutale del mostro e apre finalmente gli occhi. Possibile che sia stato così stolto? Quali saranno le conseguenze della sua avida brama di conoscenza e successo? Così privato di un padre e di una guida, informe, senza nome né identità,  il giovane "mostro" inizia a muoversi all'interno del mondo, puro e innocente, conoscendo per la prima volta l'ambiente circostante, arricchendosi di colori, sapori, immagini, odori, emozioni nuove: è chiaramente evidente come la creatura simboleggi l'uomo incontaminato, la tabula rasa di Rousseau non ancora soggetta alla civilizzazione. Ma una volta entrati a contatto col mondo esterno, quale è il prezzo da pagare? In che maniera viene forgiato questo spirito nobile e elevato? Il mondo lo rifiuta, gli esseri umani fuggono di fronte alla sua visione ponendo attenzione soltanto all'aspetto esteriore, trascurando l'emotività e la sensibilità del protagonista, macchiandolo di una colpa non sua, incolpandolo di una condizione di cui egli non è causa ma vittima. Si assiste così a una metamorfosi che lo costringerà a perdere l'innocenza iniziale tra crimini e misfatti efferati, strangolando fanciulli nella notte e donando l'ultimo sonno ai più cari vicini del creatore, peccatore di Ubris. Lui desiderava soltanto una vita ricca di amore e amicizia, una vita contrassegnata da emozioni e sentimenti, voleva condividere il
proprio essere interiore, la sua vera essenza nascosta da sembianze mostruose. . . ma la società lo rifiuta, lo emargina stando sul piedistallo dei propri pregiudizi e delle proprie salde fondamenta, ha paura della terra che trema e che potrebbe franare sotto i loro piedi.  Il mostro, denominato Frankenstein come il creatore, può essere considerato un eroe romantico, un eroe titanico che alla fine ricerca nella morte la pace interiore,l'annullamento della propria personalità, l'ultimo grido disperato della sua anima ormai rassegnata.

Frankenstein è un romanzo di passioni umani e di solitudine nel quale Shelley non ci mette principalmente in guardia dallo sviluppo scientifico ( uno dei temi più caldi di quel periodo in cui si guardava alla rivoluzione industriale con esaltazione entusiastica e contemporaneamente col terrore della "macchina")  ma da noi stessi: non il progresso, non l'avanzamento tecnologico, non le nuove conoscenze, ma è il pregiudizio, la paura del diverso, l'esclusione sociale a creare il mostro. Ma chi è il vero mostro? 

"L'essere che avevo posto fra gli uomini e dotato di volontà e di capacità per portare a compimento propositi orrendi, come l'atto che aveva ora compiuto, mi parve come il mio stesso vampiro, il mio stesso spirito uscito dalla tomba e costretto a distruggere tutto quello che mi era caro" 


VOTO:


venerdì 5 aprile 2013

Recensione: Amore e Psiche


Dopo aver parlato precedentemente di Seneca e del suo concetto di tempo e vita, strettamente correlate tra di loro, nel suo De Brevitate Vitae, presento oggi un altro bel classico da leggere e gustare, una primordiale storia d'amore, una delle prime che venne scritta dal genere umano.

AMORE E PSICHE


Amore e Psiche è, prima di tutto, la più nota delle favole contenute nell'opera "Le Metamorfosi" di Apuleio e si estende per tre degli undici libri di cui è costituito il romanzo. La favola, come il resto de Le metamorfosi, ha nel libro un significato allegorico:Cupido- identificato con il corrispondente greco Eros, signore dell'amore e del desiderio-, unendosi a Psiche- ossia l'anima- le dona l'immortalità. Tuttavia questa, per giungervi, dovrà affrontare quattro durissime prove, tra cui quella di scendere agli Inferi per purificarsi. Già il nome Psiche (in greco ψυχή significa "anima") allude al significato mistico della storia, e riconduce alle prove che la donna dovrà affrontare nel corso della storia, simbolo delle iniziazioni religiose al culto di Iside. Anche la posizione centrale della favola nel testo originale aiuta a capire lo stretto legame che lega questo racconto con l'opera principale; è infatti facile scorgervi una "versione in miniatura" dell'intero romanzo: come Lucio, protagonista de Le Metamorfosi, anche Psiche è una persona simplex et curiosa; inoltre, entrambi compiono un'infrazione, alla quale seguirà una dura punizione. Solo in seguito a molte peripezie potranno raggiungere la salvezza.

Quanti di voi conoscono la vicenda che vede come protagonisti questi due amanti?

Psiche una bellissima fanciulla che non riesce a trovare marito, diventa l'attrazione di tutti i popoli vicini che le offrono sacrifici e la chiamano Venere. La divinità,gelosa per il nome usurpatole, invia suo figlio Eros perché la faccia innamorare dell'uomo più brutto e avaro della terra e sia coperta dalla vergogna di questa relazione, ma il dio sbaglia mira e la freccia d'amore colpisce invece il proprio piede ed egli si innamora perdutamente
della fanciulla. Intanto, i genitori di Psiche consultano un oracolo che risponde: "Come a nozze di morte vesti la tua fanciulla ed esponila, o re, su un'alta cima brulla. Non aspettarti un genero da umana stirpe nato, ma un feroce, terribile, malvagio drago alato che volando per l'aria ogni cosa funesta e col ferro e col fuoco ogni essere molesta. Giove stesso lo teme, treman gli dei di lui, orrore ne hanno i fiumi d'Averno e i regni bui."Psiche viene così portata a malincuore sulla cima di una rupe e lì viene lasciata sola. Con l'aiuto di Zefiro, Cupido la trasporta al suo palazzo dove, imponendo che gli incontri avvengano al buio per non incorrere nelle ire della madre Venere, la fa sua; così per molte notti Eros e Psiche bruciano la loro passione in un amore che mai nessun mortale aveva conosciuto. Una notte Psiche, istigata dalle sorelle, con un pugnale ed una lampada ad olio decide di vedere il volto del suo amante, nella paura che l'amante tema la luce per la sua natura malvagia e bestiale. È questa bramosia di conoscenza ad esserle fatale: una goccia d'olio cade dalla lampada e ustiona il suo amante che subito fugge.Psiche inizia così a vagare per diverse città alla ricerca del suo sposo, si vendica delle avare sorelle e cerca di procurarsi la benevolenza degli dei, dedicando le sue cure a qualunque tempio incontri sul suo cammino. Arriva però al tempio di Venere e a questa si consegna, sperando di placarne l'ira per aver disonorato il nome del figlio. Venere sottopone Psiche a diverse prove:l'ultima e più difficile prova consiste nel discendere negli Inferi e chiedere alla dea Proserpina un po' della sua bellezza. Durante il ritorno, mossa dalla curiosità, apre l'ampolla (data da Venere) contenente il dono di Proserpina, che in realtà altro non è che il sonno più profondo. Questa volta verrà in suo aiuto Eros, che la risveglia dopo aver rimesso a posto la nuvola soporifera uscita dall'ampolla e va a domandare aiuto a suo padre. Solo alla fine, lacerata nel corpo e nella mente, Psiche riceve con l'amante l'aiuto di Giove: mosso da compassione il padre degli dei fa in modo che gli amanti si riuniscano: Psiche diviene una dea e sposa Eros.


sabato 19 gennaio 2013

Recensione: De Brevitate Vitae

Pochi di voi probabilmente saranno abituati alla sola idea di dover leggere e trovare, tra i vari blog letterari, delle recensioni che riguardino classici latini e greci. Ma la mia passione per la lettura credo sia scaturita grazie a loro, gli unici, o quasi, che continuano ad alimentare perennemente il mio amore per il mondo letterario, la mia fame insaziabile, il mio bisogno di essere invasato dalle parole degli altri uomini, così lontani eppure tanto uguali a me; gli unici che non mi lasciano mai deluso, che insegnano sempre qualcosa, che mi rimangono dentro. Primo di una lunga serie, oggi voglio parlarvi di un trattato filosofico di uno delle più discusse figure dell'epoca imperiale romana: Seneca.


DE BREVITATE VITAE





Il De Brevitate vitae, come la maggior parte dei Dialoghi, invita a intraprendere un percorso filosofico-formativo per liberarsi dai corrotti costumi della società romana e essere esempio di virtù, degli antichi "Mores Maiorum" che purtroppo non trovavano più spazio nell'angusta età imperiale, di quel concetto di Humanitas che tanto era stato divulgato da Cicerone. Il senso della fuga del tempo e della precarietà delle cose umane percorre tutta l'opera di Seneca, e il filosofo vi dedica non solo l'intero dialogo De brevitate vitae ma anche varie lettere delle Epistolae morales ad Lucilium: il dialogo sviluppato dal grande latino ha come tema centrale l'opposizione tra l'atteggiamento degli occupati - che scialacquano il proprio tempo in occupazioni futili - ed il sapiens che dedica il proprio tempo alla sola conquista della saggezza. E' una visione quella di Seneca ansiosa ed angosciata del tempo nel disperato bisogno di controllarlo ed esorcizzarne le paure sottese. Ineluttabilmente, anche se noi non lo vogliamo, il tempo scorre "come un fiume".

"La maggior parte degli uomini protesta per l'avarizia della natura, perchè siamo messi al mondo per un briciolo di tempo,perchè i giorni a noi concessi scorrono così veloci e travolgenti che, eccetto pochissimi, gli altri sono abbandonati dalla vita proprio mentre si preparano a vivere....
Si: non riceviamo una vita breve, ma tale l'abbiamo resa"


Nel trattato filosofico, Seneca riflette sul concetto di tempo e sull'uso che di esso ne hanno gli uomini, un uso inadeguato, avaro, irrispettoso. A differenza della maggior parte della massa, Seneca ritiene che non la natura, ingrata con gli uomini per aver concesso loro un'esistenza breve e effimera, ma noi stessi siamo causa di un tempo che corre troppo in fretta, che fugge e non ci lascia nemmeno il tempo per esalare l'ultimo respiro al momento della morte: noi siamo i colpevoli, noi siamo ingrati nel momento in cui ci lamentiamo di una condizione che noi stessi abbiamo procurato. Seneca nega che la vita sia breve, sostiene che essa appare tale a colui che non ne fa un buon uso, e che invece è abbastanza lunga, "satis longa" , e che, anzi, è anche troppo abbondante per coloro che sanno spenderla bene. Inoltre ricorda che siamo noi stessi che rendiamo breve la vita, impiegando il tempo che dovremmo dedicare alla cura di noi stessi, in attività pubbliche o private.La vita dev'essere spesa bene e Seneca fa il conto di tutti i "pezzi" di tempo sprecati, che doniamo agli altri e quindi sottraiamo a noi, concludendo che anche morendo centenari in realtà noi non viviamo che pochi anni e che riserviamo a noi stessi i rimasugli della vita.

"Rievoca nella memoria quando sei stato saldo nei tuoi propositi, quanto pochi giorni hanno avuto l'esito che volevi, quando hai avuto la disponibilità di te stesso, quando il tuo volto non ha battuto ciglio, quando non ha tremato il tuo cuore, che cosa hai realizzato in un periodo così lungo, quanti hanno saccheggiato la tua vita senza che ti accorgessi di quel che perdevi,quanto ne ha sottratto un vano dolore,una stolta gioia, un'avida passione, un'allegra compagnia, quanto poco ti è rimasto del tuo..."

La lunghezza della vita non viene misurata "dai capelli bianchi e dalle rughe": quello non è vivere a lungo, è esistere a lungo. Tre sono i periodi della vita: passato, presente e futuro. Il presente è breve e inafferrabile  il futuro incerto, il passato sicuro, perché acquisizione definitiva e immutabile. Tuttavia solo gli uomini saggi si volgono al passato volentieri, perché sanno di aver vissuto bene, sottoponendo tutte le loro azioni alla censura della coscienza e della sapienza. Al contrario, gli uomini "affaccendati", che trascorrono la propria vita dedicandosi ad attività inutili, come la politica ed il commercio, senza dedicarsi alla ricerca della sapienza, si rivolgono malvolentieri al passato, perché non osano riesaminare le proprie azioni, per non doverne valutare le manchevolezze. Solo coloro che si dedicano al conseguimento della saggezza fanno buon uso del loro tempo e sono gli unici che vivono veramente.


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