venerdì 18 novembre 2016

INEDITO: Le conseguenze inaspettate della sauna di Karen Waves

Avete presente Karen Waves? L'autrice di cui vi ho già parlato tante volte sul blog, la ragazza magnifica che ha scritto quella bella storia dell'italiana e il fighissimo coreano dal titolo Le cesoie di Busan, sì insomma proprio lei, mi ha fatto l'onore di ospitare sul blog un nuovo breve racconto su oppa, personaggio secondario della storia ma che ha incuriosito noi lettrici =P Ma bando alle ciance, vi lascio i link delle mie recensioni ai suoi libri e poi immediatamente sotto il racconto!

Le recensioni di Un buon libro non finisce mai:
1.5 Bad Girl





Le conseguenze inaspettate della sauna 
di Karen Waves
 Per Alexandria

“No.” 
“Ma Valentina…” 
“No.” 
“Avevi detto che potevo venire direttamente qui senza passare dalla sauna.” 
“L’ho detto quando pensavo dovessi dare una scorciatina a un cespuglio.” 
“D’accordo, era una siepe, ma…” 
“La siepe di un giardino pubblico.”
“Comunque una siepe sola.” 
“Lunga due chilometri e mezzo.” 
“E allora…” 
“E allora niente, sai di terra, clorofilla e sudore.” 
“Pensavo di piacerti sudato.” 
“Per dieci minuti sulla spiaggia quando sai di sale. Non quando arrivi sporco dal lavoro.” 
“Posso farmi la doccia qui.” 
“Se Yae-rim ti vede entrare nel suo bagno in quelle condizioni, domattina mi avvelena il caffè.” “Valentina…” 
“Vai alla sauna, cambiati, e poi ritorna qui.” 
“Ma io ho fame.” 
“In un momento di grande magnanimità, potrei farti trovare la cena pronta.” 
“Avevi detto che c’era solo bisogno di scaldarla.” 
“Appunto.” 
Valentina lo spinse sul pianerottolo e chiuse la porta. 
Won-ho si domandò se non fosse il caso di provare a ragionare con la sua irascibile fidanzata e persuaderla del fatto che stava esagerando. Poi si ricordò di chi stava parlando e con rassegnazione scese al piano di sotto. 
Gli piaceva poco la sauna dietro l’angolo, un edificio definito da Yae-rim “semplice, minimalista, davvero modesto”. Osservando l’ingresso con porte di bronzo e colonne di porfido, Won-ho condivideva senza dubbio la sua opinione. Quando lui e Valentina andavano insieme all’oncheon[1], invece, sceglievano quello vicino all’università, dove Valentina era stata adottata dalle vecchiette del vicinato che facevano a turno per intrecciarle i capelli. 
Pagò il biglietto d’ingresso ignorando l’occhiata carica di giudizio della receptionist, una ragazza che a occhio e croce aspirava a diventare come Yae-rim ma non aveva lo stesso budget. Nello spogliatoio, le cui panche erano costruite con pregiati legni tropicali, buttò i vestiti sporchi nell’armadietto di acciaio levigato e, nudo, si addentrò con prudenza nell’universo marmoreo della zona bagno. Quel giorno non aveva tempo per rilassarsi nelle vasche – avrebbe dovuto accontentarsi di doccia e sauna. 
Si lavò tra gli aromi di docciaschiuma di marca, evitò una riunione improvvisata di finanzieri, dribblò quattro chaebol[2], si nascose da un giovane poco simpatico che assomigliava molto al cugino di Yae-rim e si tuffò con sollievo nella nuvola di vapore della sauna, scegliendo la stanza più calda. 
Immerso nell’atmosfera nebbiosa poteva fingere di essere un esploratore perso nella landa misteriosa dei ricchi di Busan e riflettere sul destino ironico che aveva riservato alla sua contadinella un simile vicinato. 
Ma prima che potesse comporre il suo viso in un’espressione di appropriato interesse antropologico, si sentì chiamare da un languido accento di Seoul: “Kwon Won-ho!”. 
Oppa[3]. Soave. Inappellabile nella dogmatica certezza che Won-ho sarebbe stato tanto felice di vederlo quanto lo era lui di chiamarlo a sé. Paziente come un uomo diretto al martirio, Won-ho si voltò. 
Hyung,”[4] disse con rassegnazione verniciata di delizia. “Che sorpresa.” 
Oppa gli fece cenno di sederglisi accanto. 
Avvicinandosi con tutta calma, pregando che una catastrofe minore ma pressante troncasse il tempo a sua disposizione (gli sarebbe bastata una cosa modesta, magari un piccolo, innocuo tsunami), Won-ho osservò come oppa, perfino lì, rimanesse il notevole esemplare di cui Yae-rim era tanto fiera. 
Con la testa abbandonata contro il muro, oppa scopriva il collo elegante, le spalle larghe ma non troppo muscolose. Aveva la pelle di quel pallore che dichiarava una palese discendenza aristocratica, i capelli che pur fradici di vapore gli sfioravano la fronte con la grazia degna di un modello e le gambe lunghe che ricordavano quanto fosse più alto di Won-ho; praticamente era la definizione stessa di bellezza maschile coreana. 
Won-ho prese posto sentendosi appena fuori luogo, ma appena, giusto quanto una trota nel deserto, e si disse che dopotutto cosa aveva, oppa, più di lui? 
In quel momento, oppa si voltò e scoprì il sorriso di devastante perfezione in cui persino Yae-rim non riusciva a trovare difetti. Forse un ingegnere armato di compasso avrebbe potuto registrare delle mancanze nella simmetria del suo viso, ma Won-ho, dopotutto, si stava laureando in letteratura. 
Won-ho abbassò gli occhi, abbagliato. Vide cosa nascondeva oppa tra quelle gambe lunghe e se ne pentì. Il suo orgoglio non era scalfito, ma che oppa avesse anche questo pregio sembra francamente eccessivo.
“Non ti vedo spesso qui,” disse oppa, abituato alla sua stessa irritante bellezza. 
“No. In genere vado ai bagni vicino a casa mia.” 
“E oggi?” 
“Oggi Valentina mi ha ordinato di non farmi vedere fin dopo la sauna.” 
“Fate qualcosa di speciale?” 
“Non credo. Cena e film.” 
“Anche io e Yae-rim abbiamo in programma una sera rilassata. Degustazione di tartufi a casa del console francese.” 
“Capisco,” disse Won-ho, che non capiva ma aveva deciso di fingere per convenienza. 
“Sarà un evento per pochi, giusto una cinquantina di persone. Cena in piedi.” 
“Molto rilassante,” convenne Won-ho, domandandosi se non fosse troppo tardi per unirsi ai finanzieri nelle docce. 
“Le signore saranno in lungo. Il mio sarto dovrebbe portarmi il nuovo completo tra poco.” 
“Non voglio trattenerti se devi andare, hyung.” 
“Figurati, Won-ho. Per una volta che siamo tra noi uomini e possiamo discutere liberamente.” 
Lo guardò franco, suadente come l’affascinante spia in un romanzo anni trenta, e Won-ho gli rispose con lo sguardo ottuso di chi si riprende ora dai postumi di una sbornia. 
Di cosa potevano parlare, lui e oppa? Dello sfortunato incidente occorso pochi giorni prima, quando Valentina aveva usato una canotta Armani di oppa per pulire il sugo rovesciato per terra pensando che fosse del potatore? Di quando oppa era arrivato e aveva trovato Yae-rim che inseguiva Won-ho armata di strisce depilatorie, rassicurandolo che la ceretta alle ascelle dava una piacevole sensazione di freschezza? Della mattina in cui Won-ho aveva preso il deodorante sbagliato nel bagno e aveva dovuto girare per il resto del giorno profumato di betulla imperiale degli altipiani della Mongolia? 
“…una sensazione di grande libertà, non ho dubbi.” 
Forse avrebbe dovuto andare anche lui a cena dall’ambasciatore. Le sue doti diplomatiche si affinavano di minuto in minuto. 
“Non che io non veda l’ora di ritrovare la mia preziosa Yae-rim. Però penso spesso che la lontananza ravvivi il nostro legame.” 
“Dandoti un momento di tregua?” tentò di scherzare Won-ho, gettandosi sulla breccia di questa quasi complicità come Valentina sulle lasagne. “Anche io dopo qualche ora di distanza da Valentina sento un certo ritorno di fiamma. Mi dico che è perché mi dimentico un po’ com’è…” 
Il profilo ducale di oppa si increspò di disapprovazione. 
“Ballentina è una donna di qualità, anche se difficile,” disse freddo, echeggiando la pronuncia della sua fidanzata. “Non penso che Yae-rim ne parlerebbe tanto bene altrimenti.” 
“Stavo scherzando,” disse Won-ho, paziente. “Avrei preferito essere già a casa con Vale.” 
Oppa lo scrutò con attenzione. “Beh,” concesse infine, magnanimo. “Dopotutto anche Valentina ha un senso dell’umorismo un poco rustico.” 
Won-ho usò la stessa tecnica della sua ragazza quando Yae-rim si faceva indisponente e pensò a cento cose che lo rendevano felice, come i modelli dal nuovo catalogo Cesoie e rastrelli oggi. (Valentina, più pratica, contava i possibili stratagemmi per bruciare il guardaroba della sua coinquilina senza lasciare tracce.) 
Dopo qualche minuto arrivò alla luminosa e brillante intuizione che, se oppa era come Yae-rim, c’era un modo sicuro per distrarlo e passare in tranquillità la sauna. 
“Mi sono sempre domandato come vi siate conosciuti tu e Yae-rim,” disse, con l’espressione innocente di chi è davvero interessato. 
Come Won-ho aveva sperato, gli occhi di oppa si accesero della stessa luce rapita che aveva fatto risplendere Yae-rim quando si era vista per la prima volta con un Valentino couture
“In una tediosa giornata che mai dimenticherò, Yae-rim gettò indietro i capelli e mi parve che il tempo stesso si arrestasse davanti a tanta perfezione. Erano una cortina di luce. Una cascata di giada. Una pregiata seta giapponese.” 
Won-ho annuì solennemente, incoraggiandolo a continuare a parlare di se stesso e della sua amata compagna di razzie nelle boutique di Gangnam. 
“Mi ero appena trasferito qui da Seoul. Pensavo al Sud come alla terra del mio esilio, la landa desolata tra i monti e il mare nella quale si sarebbero spenti i sogni della mia prima giovanezza.” 
Allarmato, Won-ho osservò oppa portarsi la mano al cuore col manierismo discreto di un aristocratico dell’Ancien Régime costretto a emigrare per sfuggire ai giacobini. 
“I miei genitori mi avevano iscritto alla più prestigiosa scuola superiore di Busan. Una miserabile stamberga, se paragonata al mio istituto di Seoul.” Sempre più agitato, Won-ho sentì le dita di oppa posarsi sul suo ginocchio, rassicuranti: “Non che io non nutra la più profonda fiducia nell’educazione che hai ricevuto”. 
Il sopracciglio destro di Won-ho si inarcò fino a sparire sotto la frangia. 
“In mezzo a quella classe desolata, decadente, Yae-rim scintillava come l’ultimo diamante nel fango di un fiume esaurito.” 
Won-ho sapeva per certo che Yae-rim aveva frequentato una scuola talmente elegante e costosa che a ogni alunno veniva affidato un cavallo personale per le lezioni di equitazione. La divisa prevedeva un ricamo in vero filo d’oro. 
“E quando mi disse il suo nome, quel pesante accento locale era il suono più musicale che avessi mai sentito.” 
Yae-rim aveva avuto l’accento di Busan solo per otto giorni, a dieci anni, nella pausa tra la bambinaia inglese che aveva preso due lauree alla Yonsei e la bambinaia tedesca che ne aveva prese tre alla Seoul National. 
“Un colpo di fulmine, insomma,” disse Won-ho incerto e appena sarcastico, domandandosi se oppa fosse sempre così, e come facesse in quel caso Yae-rim a reggerlo. Forse, dopotutto, la coinquilina venuta dall’inferno non era così malvagia. 
Oppa rise. 
“Ah, no. Ahimé, non ero abbastanza per lei. All’epoca il mio stile lasciava piuttosto a desiderare.” Oppa si portò la mano alla fronte, ricordando i suoi crimini contro il buon gusto. Won-ho combatté con l’incertezza. 
“E quindi Yae-rim…” 
“Mi ha aiutato a trovare la luce.” 
“Nel senso che…” 
“Un giorno mi fermò dopo le lezioni e mi annunciò che ci saremmo messi insieme. E che quel pomeriggio mi aveva preso appuntamento con una personal shopper per un makeover.” 
Won-ho non si dispiacque più per Kim Yae-rim, una donna che era sempre riuscita a gestire la vita con il piglio con cui Winston Churchill aveva gestito la Seconda guerra mondiale. 
“Uno scambio mutuo e soddisfacente, insomma,” concluse. Si chiese se il sarcasmo fosse stato troppo, ma oppa lo guardò, attento: “Preferirei vederla mentre brucia le mie cravatte piuttosto che ascoltare un’altra che mi fa i complimenti. E penso che tu capisca esattamente cosa voglio dire”. 
All’improvviso, Won-ho si interessò al mosaico alle loro spalle, una raffinata e censuratissima riproduzione degli affreschi di Pompei. 
“Uhm,” annaspò, pensando a Valentina, Valentina con il suo carattere tremendo, ma anche la sua dolcezza inaspettata e disarmante. Valentina che a fine anno accademico sarebbe tornata in Italia. Valentina che non voleva lasciare andare. E oppa che lo guardava come se capisse. 
Hyung, è stato un piacere,” disse Won-ho alzandosi e aggrappandosi all’ora che scorgeva sull’orologio appeso al muro. “Ma temo sia tempo di andare. Non posso far aspettare Valentina.” 
E la cena, pensò, ma non lo disse. E se non me ne vado entro cinque secondi, non riuscirò più a trattenere l’imbarazzo. 
Oppa annuì. 
“Vai. Ci vediamo più tardi quando passo a prendere Yae-rim?” 
“Senz’altro.” All’arrivo di oppa, Won-ho voleva essere chiuso a doppia mandata in camera di Valentina, con il cassettone contro la porta e cose ben più interessanti tra le mani. E voleva dimenticare i pensieri poco piacevoli che oppa gli aveva suscitato. 
“E mi raccomando, comportati da gentiluomo. Ballentina è una ragazza occidentale e un poco barbara, come dice la mia preziosa Yae-rim, ma insieme siete adorabili.” 
Come un cesto di gattini. Come la nuova collezione Gucci. Come le cupcake da Instagram di Yae-rim. E anche appassionanti come un k-drama, visto che la loro storia aveva le settimane contate. 
Won-ho sorrise, quasi convinto. 
“Anche noi vi ammiriamo molto come coppia, hyung.” 
Oppa accettò quel tributo regalmente. 
“Non mi sorprende.” 
Prese il suo asciugamano di riserva dalla panca e glielo drappeggiò sulle spalle con cura quasi paterna. 
“Ho visto che ne hai portato solo uno.” 
Hyung, non c’è bisogno…” 
“Preparati e torna dalla tua Giulietta.” 
Oppa che tentava citazioni letterarie dopo avergli parlato d’amore era senz’altro un segno dell’apocalisse incombente. 
“Grazie, hyung,” si rassegnò Won-ho. 
“Prego.” 
Oppa lo congedò benedicente e Won-ho si dileguò. Tornato nello spogliatoio si asciugò veloce (dopotutto oppa era stato gentile), cercando di mettere da parte quello che era successo. Oppa non poteva certo sapere cosa provava per Valentina. Già Yae-rim alle volte dava prova di allarmante perspicacia; era statisticamente improbabile che anche quel farfallone del suo fidanzato avesse una simile profondità. Rassicurato, Won-ho si rivestì e in dieci minuti era di nuovo alla porta della sua diletta, determinato a fugare ogni dubbio. 
“Eccomi. Baciami e dimmi che la cena è pronta.” 
“Sei il solito zotico,” disse Valentina, lasciandosi appoggiare con passione al muro. “E con cosa ti sei lavato? Sei peggio di una profumeria dopo un terremoto.” 
“Il fatto che ti lamenti anche quando sono fresco di sauna è…” cominciò Won-ho, e poi si fermò. Nell’aria aleggiava, inconfondibile, il profumo dell’asciugamano di oppa
Betulla imperiale degli altipiani della Mongolia. 
“Tieni in caldo il cibo,” disse Won-ho, che dimenticò subito la conversazione con oppa, e Valentina sbuffò mentre il suo potatore si infilava nel bagno per la seconda doccia nel giro di un’ora. 
Mangiarono freddo. 

Le conseguenze inaspettate della sauna è un racconto ambientato a Busan, quando Valentina Bisello aveva ancora una pazza coinquilina di nome Kim Yae-rim e un potatore coreano come fidanzato a progetto.

[1]Oncheon: edificio che comprende bagni caldi e freddi, docce, saune, e spesso anche ristoranti o centri di bellezza. 
[2]Chaebol: eredi di famiglie facoltose. 
[3]Oppa: letteralmente “fratello maggiore”, usato dalle ragazze per fratelli, amici o fidanzati più grandi. Yae-rim chiama il proprio ragazzo storico sempre così, senza usare il suo nome. 
[4]Hyung: “fratello maggiore”, usato da un ragazzo per chiamare un amico / conoscente più grande.


Il nuovo libro


Che ne pensate di questo racconto?

10 commenti:

  1. Karen è fenomenale, sto piangendo dal ridere. xD
    A "e pensò a cento cose che lo rendevano felice, come i modelli dal nuovo catalogo Cesoie e rastrelli oggi. (Valentina, più pratica, contava i possibili stratagemmi per bruciare il guardaroba della sua coinquilina senza lasciare tracce.)" sono morta.

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    1. Ahahahahah sono d'accordo con te! Leggere i suoi libri ormai è fonte di risate assicurate xD

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    2. Hahahahah grazie ragazze <3
      Io mi diverto molto a scrivere, ma se vi divertite anche voi sono più contenta ;)

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  2. Dato che ho "ispirato" il racconto e dato che la mia dolce scrittrice Karen mi ha dato l'onore del primo tag della storia su Oppa e Won-ho alle terme (e ci tengo a sottolineare la parola terme che è già di per sè tutta un programma, disagiato alquanto!), voglio essere anche la prima a commentare questa bellezza. Mi sono davvero divertita a leggere questo splendido dialogo tra questi due affascinanti esemplari di manzi coreani, palesemente più che dotati laddove non batte il sole (sequoia regina contro betulla imperiale XD). Oppa lo immaginavo proprio così, completamente perso per Yae-rim, allergico al sarcasmo (che su di lui non fa proprio presa) e assolutamente anima candita.
    Amo oppa e confido nel fatto che un giorno Karen rivelerà a me per prima (sì, perchè io sono la prima estimatrice di questo elegantone su cui aleggia perenne una nuvola di profumo) il suo nome che, ne sono certa, sarà fighissimo!

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    1. Che onore che hai avuto! :D Allora ti ringrazio per aver dato l'ispirazione a Karen, altrimenti a quest'ora mi starei ancora chiedendo com'è fatto Oppa xD

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    2. Hahahah lotta tra sequoia regina e betulla imperiale a parte, sono felice che oppa sia proprio come te lo eri immaginata!
      Il nome verrà rivelato solo se ci sarà anche un libro :P

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    3. Quindi ci DEVE essere un altro libro per oppa! Dai!! Non puoi farci penare così :'(

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  3. hahahahahahah oppa è proprio così che me lo immaginavo e come parla di Yae-rim... fantasticooooooo
    anche se io sono sempre team potatore... viva la sequoia ahahahaha
    ps: per Karen muoviti a scrivere la novella post titolista :)

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    1. Concordo con te sul potatore :P

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    2. Mi fate morire!
      E ovviamente tutte #teamsequoia hahahahahah

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